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Generazione perduta (scena IV)

Paola Poggi inizia con il salto in alto, durante una gara scolastica migliora il suo personale di diciotto centimetri, passa da 1.35 a 1.53.

 

- In quella competizione, anche a distanza di tempo, non mi sono resa conto di come può essere successo, come possa essere migliorata così tanto in una sola gara, nonostante la tecnica fosse istintiva. Quel giorno il mio allenatore decise che bisognava fare le cose sul serio.

 

Gli eventi scivolano facili nel verso giusto, senza fatica, senza alcuna sofferenza. I giudici alzano i ritti e posizionano l’asticella sempre più in alto. Lei apre di poco il sorriso, poi ritrova la concentrazione, con lo sguardo cerca il tecnico che gesticola mimando lo stacco e la fase di svincolo. Emette suoni onomatopeici tatatatata… op. Le avversarie hanno già indossato la tuta e seguono i tentativi a braccia conserte. Una compagna d’Istituto dopo ogni salto positivo abbraccia Paola. Il cronista la descrive come timida fuori dal campo, esplosiva in pista.

 

- È un ambiente che mi affascina, che continua a piacermi. Vi posso assicurare che è una sensazione molto piacevole.

 

C’è leggerezza, nessuna ansia da prestazione. Nessun allenatore disumano o genitori troppo ossessivi.

 

- Lo ammetto, un giorno mi piacerebbe trovare un lavoro all’interno di una banca.

 

Sogni professionali modesti, nessun sintomo di giovanilismo irrequieto.

 

- E va bene, mi piace la Nutella, la mangerei sempre, a barattoli, mai prima di una gara.

 

Una piccola trasgressione che ce la rende ancora più simpatica.

 

- Fatemi allenare, le Olimpiadi del 2000 mi stanno aspettando.

 

Paola Poggi non figura tra le partecipanti alla spedizione olimpica italiana di Sidney 2000.

 

Salti dimenticati, salti da dimenticare. Pierpaolo Cevolani ha detto basta nel 1993. Proprio quando l’atletica sembrava disposta a prendersi tutto e a restituire il dovuto. Nessuna involuzione tecnica, nessun infortunio tendineo o muscolare. L’asticella continuava a salire, 2 metri e 22 saltati a vent’anni sono una porta aperta sul mondo dello sport da gestire a livello professionale. Ma i denti dell’ingranaggio sono saltati ugualmente, il delicato meccanismo prima di grippare ha emesso cigolii. Sembravano urla di bambini dimenticati da qualche parte in cantina.

 

- La delusione, lo sconforto non sono sentimenti che si provano solo in pedana. I miei problemi li ho avuti fuori. A un certo punto mi sono reso conto che facevo atletica solo per il mio tecnico, Corradi, che ha sempre creduto in me più di quanto ci credessi io.

 

L’impegno dei tecnici in alcuni casi è commovente. Missionariato laico votato a un romantico fallimento.

 

- Corradi a parte, remavano tutti contro. Anche in famiglia nessuno pensava all’atletica come a una strada aperta per il futuro. Ho subito pressioni continue, alla fine smettere è stata una liberazione.

 

Concretezza padana, concede poco al volo libero. La famiglia, la fidanzata e i futuri suoceri prendono il materasso dai quattro spigoli e lo trascinano abbastanza lontano perché Pierpaolo possa sfracellarsi a terra. Il cronista, Marco Tarozzi, chiede se la storia non poteva finire diversamente, cosa non ha funzionato. Sfortuna, destino?

 

- Non la chiamerei sfortuna. Ho girato tutti i gruppi sportivi militari, mille volte mi sono sentito a un passo dal farcela. Sarebbe stata la svolta, la tranquillità. Speranze, rassicurazioni. Di parole ne ho sentite parecchie, ma alla fine mi sono trovato solo un’altra volta. So io quanti test ho affrontato, quante prove davanti a gente che dei miei risultati non sapeva che farsene. A metà dell’estate scorsa è crollato tutto. Rifiuti, rinunce, un bombardamento continuo da chi mi stava vicino. Trovati un lavoro, dicevano. L’atletica non paga.

 

Pragmatici assassini.

 

- Tenevo duro ma quando mi è arrivato anche il congedo, quando è venuta meno l’ultima speranza di entrare in un gruppo sportivo militare, ho subito un tracollo. Basta, ho chiuso l’album dei ricordi e non mi sono voltato indietro.

 

Gestione del rimpianto?

 

- Sarei un bugiardo se dicessi che non provo una stretta al cuore quando mi capita di vedere l’atletica in televisione. Gli amici sono ancora tutti là, in pedana, determinati, quella è la loro strada. La mia oggi è diversa. Non c’è tempo per i rimpianti, i ripensamenti. Né per immaginare come sarebbe andata a finire se avessi trovato qualche sicurezza, oltre a un mare di parole, in quel mondo.

 

In sintesi?

 

- Dovevo dimostrare qualcosa, sempre. Oggi basto a me stesso, ho trovato la mia indipendenza nel lavoro.

 

Andrea Rabino, classe ’78, riesce invece ad approdare al gruppo sportivo militare dei Carabinieri che ha sede a Bologna. Si forma nella Fratellanza Modena sotto la guida del professor Ruggeri. A quindici anni corre i cento metri intorno agli undici secondi, a Siderno vince il titolo italiano Allievi. C’è entusiasmo nell’ambiente. Da tempo non si vedeva uno sprinter di talento in regione. Nella foto del servizio, datata 1 ottobre 1995, Andrea cinge il suo allenatore, la somiglianza tra i due è imbarazzante. Sono appoggiati a una ringhiera bassa che separa gli spalti dalla pista, sorridono. Andrea ha compiuto il piccolo capolavoro necessario. Ha appena conquistato il titolo nonostante un indolenzimento ad un bicipite femorale. Ha corso in 10:73, tempo che rappresenta primato personale, miglior prestazione italiana dell’anno e primato regionale.

Alle loro spalle quattro velociste rifiniscono gli ultimi dettagli prima della partenza, con tutta probabilità la finale della gara femminile, stessa distanza regina, i 100 metri piani. Raccolgono gli ultimi spiccioli di concentrazione prima di sprigionare tutto il potenziale. Dovranno trattenere energia senza disperderla in gesti tecnici scoordinati o irrigidimenti muscolari. Hanno le mani ai fianchi, una guarda davanti a sé, altre fissano il terreno, un paio provano l’assetto sul blocco.

Non ho informazioni sulla gara. Non sarebbe difficile risalire alla classifica dei cento metri femminili del Campionato Italiano Allieve del 1995. Ad affascinarmi è proprio lo stallo di questo fermo immagine in questa vecchia rivista. Preferisco non avere dati oggettivi di quell’evento. Andrea ha già le idee molto chiare, la sua biografia e i suoi propositi richiamano la ciclicità delle carriere atletiche che si riproducono secondo i medesimi schemi. Alla fine sono solo dettagli a inquinare, personalizzandola, la storia individuale.

 

- Il salto di qualità è venuto nel ’93, al primo anno della categoria Allievi. L’anno scorso ho avuto la grande delusione dei Campionati Italiani Individuali e lì è iniziata la costruzione del successo di Siderno.

 

A una delusione è seguito un riscatto, sintomo di doti caratteriali non comuni.

 

- Sono migliorato diventando più fluido nella corsa. I vantaggi sono stati immediati. Ma questo è solo l’inizio perché i problemi tecnici da eliminare sono ancora molti. D’inverno intensificherò gli allenamenti, portandoli a quattro settimanali e lavorerò di più sul potenziamento fisico.

 

Dalla foto si evince che non ha certo la fisicità dei neri americani. L’altezza è sotto la media per un velocista. Per allinearsi alla testa del suo tecnico è salito sul gradino di cemento alla base della ringhiera. Le braccia sono tese, tricipite e bicipite non si evidenziano, nessun intarsio nella massa muscolare. Le spalle sono larghe, ma le fibre muscolari sono poco definite.

 

- Il sogno è quello di qualificarmi per i Mondiali Juniores di Sidney, anche se il passaggio di categoria mi metterà di fronte avversari sempre più forti. Ritengo comunque di avere molto da imparare e da migliorare.

 

Le incognite del futuro, piccole angosce gestibili, edulcorate dalla coscienza che il tempo gioca a proprio favore. Le sedute in pista, gli esercizi di potenziamento in palestra, decine di migliaia di parole riferite alle strategie tecniche. Tutto questo separa il giovane atleta dal giorno della gara. È un tempo di sospensione inaspettatamente confortevole. Quel sacrificio quotidiano cullato da sogni di vittoria è nulla se confrontato allo stress nervoso che comporta una gara da divorare in dieci secondi.

Al dicembre 2006, il tempo di Andrea ottenuto a Siderno figura ancora nei primi dieci risultati di sempre al limite dei diciotto anni. La sua carriera è eccellente, senza picchi. Ha una partenza bruciante e si specializza nei 60 metri indoor, distanza in cui nel 2003 guadagnerà la convocazione per i Campionati Mondiali a Birmingham, arrivando alla semifinale. Nella foto ufficiale del sito della Federazione, il cranio di Andrea Rabino è rasato, un taglio tattico che corregge la calvizie. La qualità muscolare è migliorata. È l’unico partecipante alla semifinale dei 60 metri con il torace non depilato. Ruggisce al mondo la sua latinità testosteronica.