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Generazione perduta (scena II)

Attaccate alle pareti ho foto incorniciate da metallo satinato. Immortalano atleti che hanno avuto carriere sfortunate e incomplete. Potenzialità inespresse. Negli anni ho raccolto e catalogato materiale: fogli di classifiche, giornali, riviste federali. Ho diversi album dove attacco foto e articoli sportivi. Si riferiscono ad atleti funestati da infortuni e a giovani promettenti dispersi. Le ragioni che hanno portato a questi piccoli fallimenti mi sono ignote. Mi limito a constatare il fatto che nessuno di loro è arrivato a vittorie olimpiche o mondiali. Spesso nemmeno alla maglia azzurra della nazionale, nonostante avessero manifestato indubitabili sintomi di talento puro.

Un ragazzo di Ferrara aveva saltato in alto due metri e un centimetro nella fase nazionale dei Giochi della Gioventù. Aveva quattordici anni. Oggi sarà grasso o mediamente attrezzato per squallide partite di tennis fra colleghi. Forse un infortunio avrà placcato i suoi sogni. Forse l’irritazione per quegli allenamenti meticolosi avrà colliso con la disordinata esuberanza dell’età inquieta. Forse l’alibi sarà stato quello dell’impegno scolastico che i genitori consideravano prioritario. L’atletica doveva essere solo una piccola distrazione, una fase di passaggio, una fissazione transitoria da gestire a livello amatoriale. Poco importa se alla resa dei conti quel figlio non ha dato nessuna soddisfazione, se non ha costruito nulla che l’abbia fatto emergere da un’anonima mediocrità. Escludendo quel risultato ottenuto a quattordici anni. Quell’asticella che aveva vibrato alcuni secondi per poi fermarsi sui ritti, composta. I suoi balzi gioiosi sul materasso avevano richiamato il professore di educazione fisica, che lo aveva accompagnato a Roma. Si erano abbracciati, la gara era vinta, il secondo si era arreso all’1.95. Non aveva tentato misure superiori. La concentrazione era saltata in aria a contatto con quella gioia. Peccato. Probabilmente quel pomeriggio di autunno aveva nei tendini almeno un 2.05. Dopo quel risultato si era reso necessario il passaggio al tesseramento per una società prestigiosa e attrezzata. Il suo nuovo tecnico era certo che con una preparazione mirata, nel giro di un paio d’anni avrebbe raggiunto il muro dell’eccellenza, allora identificabile con i 2.20. Il suo stile era rozzo, il passaggio sull’asticella un gesto acrobatico spettacolare poco coordinato. Ogni salto era diverso dall’altro, acerbo e intuitivo. In quell’inverno in palestra c’erano solo da mettere a punto gli automatismi della rincorsa e dello stacco, il resto sarebbe venuto da quella reattività tendinea che nessun allenamento poteva donare, e di cui la natura l’aveva dotato. La tecnica doveva solo incanalare quella forza, ridurre al minimo le dispersioni. Quel talento raro era stato misteriosamente trasmesso dai genitori, che oggi tendevano a sedare i sogni del figlio. Erano piccoli proprietari terrieri, e quell’unico figlio maschio era necessario in campagna. Il padre, lavoratore infaticabile, aveva ingravidato la moglie quattro volte senza che i fianchi della donna esondassero grasso.

Il giovane saltatore a ottobre aveva iniziato a frequentare un istituto agrario fuori città. Tornava a casa nel tardo pomeriggio, in tempo solo per i compiti, per la cena e per coricarsi. A dicembre avrebbe definitivamente abbandonato gli allenamenti, nonostante le insistenze dei dirigenti della società che avevano parlato con il padre. Il vecchio contadino aveva fatto sedere in salotto il tecnico e il presidente del centro sportivo universitario. Nessuna ostilità, ma un pragmatismo padano che poteva sembrare ritardo mentale aveva gelato ogni speranza.

Questa specialità non richiede sostegni farmacologici. Nessuna integrazione chimica fa di un somaro da tiro un cavallo di razza. È tutta genetica e tecnica, ricerca della perfezione del gesto, della pulizia nell’esecuzione. Il fisico non deve mutare, deformarsi, potenziarsi. Nel salto in alto è sconsigliato l’uso di steroidi anabolizzanti. Sarebbe inutile e dannoso.

I saltatori in alto sono angeli fragilissimi. Il loro gesto richiede una potenza inaudita, ma si affida al tendine di una caviglia che si torce in un movimento innaturale. Sono atleti, esili, filiformi, altissimi, dotati di un’eleganza che attende solo di corrompersi nell’abbattimento dell’asticella. La loro elasticità ha del miracoloso.

Anche gli atleti che si dedicano alla gara degli ottocento metri sono a rischio. Un limbo tra la velocità e il mezzofondo, sempre in bilico su equilibri complicati. Un’ambiguità rischiosa che espone a gravi infortuni. Atleti fermi a bordo campo, legamenti spezzati, volti deformati dal dolore.

Percorrono vie crucis da uno studio specialistico all’altro. Esami clinici, radiografie, sedute fiosioterapiche. Fino all’intervento chirurgico. Ricostruzione di tessuto organico. Poi il logorante inferno della riabilitazione. Le prime corsette, la lenta progressione verso ciò che si era. Per riprendersi quello che spetta di diritto. La ricerca dello stallo migliore. L’eternità impossibile.

Il mezzofondo veloce è un’utopia. La preparazione deve essere perfetta, l’esistenza a prova di infrangibilità. Non possono intervenire fattori esterni a deviare il corso degli eventi, a complicare le scansioni di allenamento. Una fidanzata logisticamente difficile da raggiungere. Un congiunto bisognoso di cure domestiche per malattia a lungo decorso. Il mezzofondo veloce è perfezione e controllo. Ripetibilità e riproducibilità.

Ho cinque foto particolari, le più preziose, le mie favorite. Una sezione a parte, mezzofondisti veloci con i tendini a orologeria.

C’è un’immagine di un atleta italiano quinto alle Olimpiadi, una carriera martoriata dagli infortuni. Un’icona della sofferenza. Sta piangendo, ma non c’è ira, solo disperazione attonita per l’ultimo definitivo malanno. La tengo in salotto. Il giorno in cui l’ho appesa, Sara l’ha fissata per un attimo, poi ha fissato me, e non ha commentato. Come fossi un maniaco senza speranza, preda dei propri fantasmi. Sarebbe più sano avere l’immagine di un atleta vittorioso, a braccia tese verso il cielo prodigo di grazia. Il mio eroe urla per una lacerazione muscolare. È Donato Sabia, un ottocentista il cui talento fu pari solo alla sua fragilità.

Non conosceremo mai il potenziale di questi atleti, esseri umani eccezionali incapaci di ottenere il capolavoro definitivo, la vittoria olimpica o la prestazione cronometrica assoluta, quella teorica, in assenza di sfighe.

Sono molto grato agli ottocentisti.

Conservo perle fuori classifica. Goffredo Melogli tesserato per la Polisportiva Molise, nato ad Isernia. Se provo a immaginare il campo scuola di Isernia, alle fine degli anni Settanta, mi assale la tristezza. Il centro molle di una nazione cialtrona che non sa decidersi tra l’Europa e l’Africa. Il posto ideale dove il talento può sprecare sé stesso, marcire. Il solito professore di educazione fisica a dettare rudimenti di tecnica a un ragazzino miracolato, a definire i dettagli della rincorsa e dello stacco. Nel maggio del ’77, a diciassette anni salta in lungo 7metri e 52. Ci sono voluti quasi vent’anni perché un atleta di pari età lo potesse superare.

Chi lo ha migliorato è già una piccola star coccolata dai media. Nelle interviste sembra voglia imitare l’irruenza dei motociclisti ragazzini. Ha vari hobby, una vitalità incontenibile, suona in un complesso. Nato a Los Angeles e vissuto a Rieti, parla romano. La madre è un’ex ostacolista americana di valore internazionale che lo allena con competenza e petulanza. Pare predestinato a un futuro radioso. Ha ottenuto risultati di inconfutabile valore nella velocità, nei salti in estensione, con qualche puntata nell’alto e sugli ostacoli. Nel 2003 ha perso un anno per una sospetta microfrattura. Melogli invece è rimasto solo nelle liste all-time, dove vengono riportate le migliori prestazioni per categoria. Sono elenchi funesti, idiomi che paiono celare maledizioni, iscrizioni rupestri di altre ere. La madre di Melogli poteva essere una contadina lucana e il padre un ferroviere. Mi limito a fantasie, non ho svolto ricerche più approfondite. Mi piace immaginarlo come un ragazzo confuso, incerto sul futuro, uno che non vuole perdersi dentro un bar tra una volata in motorino e un superalcolico, e cerca di saltare lontano. Di saltare altrove.