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gruppo podistico
Generazione perduta

(tratto dalla rivista "Correre")

 

Ho digitato in un motore di ricerca i nomi di alcuni ragazzi che primeggiavano nelle liste regionali di inizio anni Novanta. Ho scorso le loro schede biografiche nelle riviste federali del tempo. Presentati come adolescenti modello, bravi e studiosi. Rispondevano alle solite domande, dicevano tutti più o meno le stesse cose. Affermavano che l’atletica la stavano vivendo come un gioco. Gli allenatori assicuravano un radioso futuro. I cronisti si recavano in campetti di provincia a incontrare ragazzini che avevano ottenuto successi a livello regionale. Alcuni baby atleti sembravano avere già una forte determinazione. Sono botta e risposta standard. Riproducono identiche dinamiche. Questo scambio potrei essermelo inventato come potrei averlo ricopiato fedelmente.

 

- *** cosa sei disposta a sacrificare per diventare, domani, una campionessa?

 

- Tutto. Ma soprattutto la maggior parte del mio tempo libero, quello con gli amici, che in futuro vorrei passare allenandomi per ottenere ottimi risultati.

 

- Hai appena quattordici anni e sei già nella rappresentativa regionale. È proprio tutto come te l’aspettavi questo mondo dell’atletica?

 

- Riesco ancora a divertirmi. Il mio allenatore non mi fa pesare troppo le responsabilità. Lo scorso anno una brutta influenza mi ha tolto la gioia di poter partecipare al raduno regionale. Quest’anno ci sarò.

 

- Quale insegnamento è venuto dal tuo allenatore?

 

- Da lui ho imparato molte cose. La più importante è che non devo scoraggiarmi mai, nemmeno davanti a una sconfitta.

 

- Come ti immagini tra dieci anni?

 

- Spero di essere la stessa di oggi, ma di aver ottenuto molte più soddisfazioni. Non solo in ambito sportivo, naturalmente. Devo concentrarmi anche sullo studio.

 

Il cronista mette a fuoco il punto di vertigine di questa giovane vita, con una domanda per nulla banale come potrebbe sembrare. Come ti immagini tra dieci anni? È un interrogativo pesante. Se la ragazza ne avesse avuto coscienza, non avrebbe risposto, sarebbe scappata in lacrime, isterica, impaurita. E il cronista l’avrebbe lasciata nel taccuino. Il tempo è merce deperibile. La ragazzina come può averne percezione? Il fisico in questa fase della vita esprime il potenziale massimo. Il cervello fatica a gestire con parsimonia ed efficienza le esplosioni ormonali. Si genera dispersione. È come se le risposte troppo serene e sicure della ragazza ci mettessero a disagio. Come se non ci fidassimo di questa apparente granitica seriosità. Vorremmo viaggiare nel tempo e metterla in guardia.

Occhio ragazzina, non è tutto omaggio, non è tutto facile come sembra. Sbagliare le prime mosse adesso è facile. Ti sarebbe fatale. Non buttarti via. La pallavolo in spiaggia è un gioco. Il calcio saponato è un gioco. La playstation è un gioco. L’atletica è altro. Stai in campana. Presta attenzione alle tue sensazioni. Ai miglioramenti. Non confondere serenità e superficialità.

Inutile, folle, controproducente ogni intervento esterno. Ci guarderebbe ancora una volta impaurita e scapperebbe via. Nulla che valga la pena di imparare può essere insegnato. Come sempre. Poche scelte nella vita sono determinati. Dettate dalla casualità più assoluta.

 

Da qualche parte è rimasta impigliata. Forse una facoltà troppo esigente. Un fidanzato troppo oppressivo. A distanza di dieci anni non ci sono riferimenti ad altri suoi risultati. L’atletica è stata solo una piccola, trascurabile parentesi. Forse non ha nemmeno tenuto tra le cose care questa rivista.

Sarebbe folle pensare di rintracciarla per consegnargli il numero di Atletica Sprint del settembre 1993. Folle chiederle conto.

Nel servizio c’è una foto. Coda di cavallo, gambette toniche leggermente divaricate e braccia lungo il corpo, guarda verso l’obiettivo con la bocca aperta. La ragazza praticava velocità, con un primato personale di 10: 5 sugli 80 metri, e salto in lungo, dove era arrivata a 4 metri e 54 centimetri. Le due specialità sono spesso frequentate in associazione. Chi corre forte salta lontano.

Oggi la maggior parte dei ragazzi descritti nella rubrica Spazio giovani, risulta dispersa. Quasi nessuno è arrivato a risultati di rilievo internazionale. Nel migliore dei casi, dignitose carriere a livello nazionale al riparo dei gruppi sportivi militari. Il ceppo etnico di gente come Mennea e Simeoni è esaurito, estinto.

E come se dagli anni novanta le generazioni avessero perso forza. Nonostante il miglioramento della qualità della vita in senso lato. Come se avessero perso il senso del tempo, del tempo necessario a creare qualcosa di definitivo e perfetto. Ai primi ostacoli si sono disgregati, non hanno retto alle piccole delusioni dei cambi di categoria, a piccoli infortuni dovuti all’aumento dei carichi di lavoro, ai raduni collegiali. Non hanno voluto recidere legami di amicizia, amorosi o familiari. Sul piatto hanno lasciato pochi resti e hanno mollato. Sono diventati preparatori atletici di squadre di pallavolo, cicloturisti, culturisti, geometri, bancari. Si sono dispersi, distratti da mille variabili. Allergici alla fatica sorda delle sedute di ripetute in pista, alle escursioni umorali che precedono la competizione individuale. Come se l’evoluzione avesse portato a un abbassamento della soglia critica della sofferenza. Le generazioni che hanno giocato per la sopravvivenza, che hanno conosciuto la fame e la guerra si allontanano nel tempo, remote ere geologiche che non hanno lasciato traccia nella genia. Pochi decenni hanno scavato baratri insondabili, nessun passaggio di testimone è stato possibile, nessuna esperienza può essere resa.

 

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